Il 9 luglio Inps e Fondazione Terzjus hanno presentato, presso la Sala della Regina della Camera dei deputati, i dati del XXV Rapporto annuale dell'ente di previdenza italiano, che contiene quest’anno un corposo e inedito approfondimento sull’occupazione negli Enti del terzo settore e, per la prima volta, anche negli enti sportivi dilettantistici. Quello che emerge è che il terzo settore italiano non è più una realtà residuale o di puro supporto spontaneo, ma una vera e propria infrastruttura industriale, occupazionale e sociale del Paese.
L'analisi è il frutto dell'incrocio tra i dati amministrativi presenti negli archivi della INPS, nel RUNTS (Registro Unico Nazionale del Terzo Settore) e nel Registro nazionale delle attività sportive dilettantistiche, offrendo per la prima volta una misurazione reale dell’impatto occupazionale del comparto.
L'indagine INPS-Terzjus apre un focus sullo sport dilettantistico, profondamente impattato dalle recenti riforme legislative. Nel 2025 risultano iscritti al Registro nazionale ben 113.043 enti, con una dominanza netta (91%) delle Associazioni Sportive Dilettantistiche (ASD). Gli enti che operano come datori di lavoro sono 21.010, per un totale di 115mila occupati complessivi, all'interno dei quali si isola la figura specifica dello "sportivo del settore dilettantistico" (circa 71mila unità). I tassi di crescita sono a doppia cifra: se l'occupazione generale nel comparto sale del 4,3% rispetto al 2024, la platea dei soli lavoratori sportivi dilettantistici compie un balzo in avanti dell'11,6%.
A differenza della forte impronta femminile del terzo settore in generale, lo sport di base inverte la tendenza: qui la prevalenza è maschile (61%) e l’età media è molto più bassa, con i giovani under 35 che arrivano a coprire ben il 45,6% delle posizioni lavorative.
"Il lavoro sportivo dilettantistico è presente in 21.010 enti che hanno occupato 115mila lavoratori, di cui 71mila (61,5%) si tratta di sportivi del settore dilettantistico - spiega a Fondazione Terzjus Giulio Mattioni, coordinatore del dipartimento statistico e attuariale dell’Inps, illustrando questa novità assoluta appena censita - Tutto nasce da un’idea di Fondazione Terzjus: con il loro presidente Luigi Bobba abbiamo deciso di approfondire il tema delle associazioni e delle società sportive dilettantistiche. L’unica cosa che abbiamo rilevato in questo primo approccio è che, come in altri ambiti del terzo settore, il datore di lavoro del settore sportivo offre una piccola retribuzione o un rimborso al suo lavoratore che ovviamente è soggetto a contribuzione". Questo è solo l’inizio di una ricerca che in futuro potrebbe consentire di acquisire altri dati in materia. "Se l’andamento del settore sportivo dilettantistico sarà analogo a quello del terzo settore, c’è da aspettarsi anche lì ulteriori incrementi e situazioni interessanti, ma questo lo capiremo nei prossimi anni. Al momento un altro aspetto curioso è che mentre negli altri enti di terzo settore prevale il genere femminile, nel settore sportivo dilettantistico la quota maschile e quella dei giovani sotto i 30 anni la fa da padrone, mentre sappiamo che il terzo settore si regge su volontari e lavoratori che sono in età matura".
Nel dettaglio dalla tabella dei lavoratori del settore sportivo dilettantistico, infatti, emerge un 62% di uomini, di cui il 45% under 35 e l’età media maschile e femminile si attesta intorno ai 39 anni. "Prevalenza del Nord con oltre il 55% degli enti sportivi dilettantistici, 27% nel centro e 17,9 al meridione. Il 53,3 % dei lavoratori sportivi è occupato nelle associazioni sportive dilettantistiche, mentre il 46,7% nelle società sportive dilettantistiche - conclude Mattioni che ricorda che - l’Inps da tempo ha aperto anche un Osservatorio sul settore dello sport professionistico, in cui ovviamente il calcio è preponderante. Un mondo trasparente quello del calcio professionistico? Certo, anche perché si tratta di questioni legate alle contribuzioni e quindi è esigenza primaria dello stesso professionista avere uno stato contributivo sempre in regola".
Sullo sport dilettantistico, il presidente di Terzjus Luigi Bobba sottolinea che "l’esigenza di fare un focus sul lavoro nello sport dilettantistico, è nata dalla constatazione che dei più di 140mila ETS, appena 3mila erano anche iscritti al RASD, dunque una esigua minoranza. Non di meno, il lavoro sportivo dilettantistico ha una sua consistenza rilevante (circa 115mila) e tra il 2024 e il 2025 ha registrato un incremento totale del 4,3%, ma in particolare crescono proprio le persone con un contratto tipico del settore dilettantistico (più 11,6%), mentre diminuiscono i lavoratori con altre tipologie di lavoro (-5,6%)".
"La collaborazione avviata tra Inps e Fondazione Terzjus - aggiunge il presidente della Fondazione Terzjus - consente di leggere con maggiore precisione il peso economico, sociale e occupazionale del terzo settore, superando una rappresentazione meramente residuale del comparto. I dati restituiscono l’immagine di un universo in espansione, decisivo per la tenuta del welfare, per l’occupazione femminile e giovanile, per i servizi di prossimità e per la qualità della
coesione sociale dell’intero sistema Paese. Infine, la collaborazione tra Inps e Terzjus è fondamentale per conoscere meglio il contesto occupazionale degli Enti del terzo settore e potrà favorire l’introduzione di provvedimenti più mirati ed efficaci nell’ambito del Piano per l’economia sociale".
A fine 2025 gli enti iscritti al RUNTS hanno raggiunto quota 140.273. All'interno di questo perimetro, spicca il ruolo delle imprese sociali (21.703 unità), che testimoniano la presenza nel mondo del terzo settore di soggetti a vocazione imprenditoriale ma con finalità non lucrative e solidaristiche. Sotto il profilo strettamente occupazionale, le realtà che hanno impiegato personale con almeno un contributo versato nell'arco dell'anno sono 29.537, per una platea complessiva di 855.887 lavoratori. Si registra un incremento del 4,3% nell'ultimo anno e un balzo del +25,3% rispetto al 2019, anno pre-pandemico. In termini assoluti, significa che il settore ha saputo generare ben 173mila posti di lavoro in più in poco più di sei anni.
La distribuzione geografica vede l'occupazione concentrata prevalentemente nel Nord-Ovest, seguito nell'ordine da Mezzogiorno, Nord-Est e Centro. A livello regionale, la Lombardia si conferma la locomotiva indiscussa del non-profit italiano, superando i 160mila occupati; seguono a ruota due regioni storicamente forti nei servizi alla persona come l'Emilia-Romagna e il Lazio. Il dato più significativo in ottica macroeconomica arriva però dal Sud Italia. Le regioni meridionali stanno mostrando gli incrementi occupazionali più marcati e dinamici. Nelle aree storicamente più fragili e scoperte dal punto di vista industriale, il terzo settore sta assumendo una doppia valenza: da un lato garantisce la tenuta dei servizi di cittadinanza (welfare di prossimità), dall'altro si impone come un formidabile ammortizzatore e acceleratore occupazionale.
Il terzo settore si conferma il regno dell'occupazione femminile: le donne impiegate sono circa 623mila, pari a quasi il 73% della forza lavoro totale. Si tratta di una percentuale che tocca le vette più alte nei settori dell'istruzione, della formazione e soprattutto della sanità e assistenza sociale. Quest'ultimo macro-comparto (salute/assistenza) si conferma il cuore pulsante del settore, raccogliendo da solo oltre 480mila occupati, ossia il 56,1% del totale. Altro dato rilevante è la
presenza di lavoro part-time che caratterizza il 64% del totale dei lavoratori e quasi 80% delle donne. (Fonte: Terzjus.it)